“Spero che il gruppo Humanitas, a Rozzano (Milano) o alla Gavazzeni di Bergamo, possa essere il primo a sperimentarlo nel nostro Paese”, ha dichiarato il presidente della Società italiana di chirurgia cardiaca (Sicch) Ettore Vitali.
“I 14 pazienti arruolati erano malati di scompenso cardiaco in fase terminale”, spiega Vitali. Il loro cuore ‘stancò non riusciva più a pompare sufficiente sangue per nutrire e ossigenare i tessuti dell’organismo, e tutti questi malati erano in lista d’attesa per un trapianto di cuore. Si tratta quindi di un ‘pontè al trapianto.
quotidiano.net
dove sono finiti i tonni rossi?
Sparsi in un’ampia fascia verde che si estende per 1.800 chilometri lungo l’Equatore, dalle coste dell’oceano Atlantico fino alla regione dei Grandi Laghi, i pigmei sono valutati tra le 130 e le 200 mila persone. L’imprecisione della stima è dovuta alle difficoltà oggettive di recensire una popolazione che, nonostante presenti oramai i segni di una progressiva sedentarizzazione, passa ancora moltissimo tempo in piena foresta.
Da un punto di vista etnografico, i pigmei si dividono essenzialmente in tre grossi gruppi: i più celebri presso gli studiosi sono i Bambuti, situati prevalentemente nella regione dell’Ituri, nell’attuale Congo-Kinshasa.
Ci sono poi i Batwa (o Bacwa), situati nelle foreste della regione dei Grandi Laghi (prevalentemente in Rwanda), considerati però da molti studiosi come un gruppo non propriamente pigmeo, ma piuttosto “pigmoide” in ragione del meticciamento praticato già da molto tempo con le popolazioni nere confinanti.
Infine, un terzo gruppo composito, diffuso a macchia di leopardo nella regione occidentale del bacino del Congo, in un ampio territorio compreso tra Gabon, Camerun, Congo e Repubblica Centrafricana, porta il nome di Babinga.
Il termine Babinga per la verità comprende parecchi sottogruppi (ricordiamo i Bajele, i Tikar, gli Akoa, i Babendjele e gli Aka), tra i quali spicca per consistenza quello dei Pigmei Baka, di cui ci occupiamo espressamente in questo numero di Africa.
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L’abuso del web, la sessodipendenza, l’uso smodato del telefono cellulare, il super-lavoro. Ritenuti fino a qualche tempo fa impulsi non meglio classificati, sono oggi, invece, considerati come new addictions. Si tratta di vere e proprie patologie che causano alterazioni cliniche e che, per questo, necessitano di trattamenti specifici simili a quelli somministrati per curare la dipendenza da sostanze. Su queste basi si sviluppa la ricerca coordinata da Roberto Pani, docente di Psicologia clinica, e da Roberta Biolcati, ricercatrice dell’Alma Mater.
Si tratta di un’indagine condotta su un campione di 300/400 studenti bolognesi sull’uso e abuso di Internet e delle nuove tecnologie. “Anche se la ricerca è appena cominciata - spiega Roberta Biolcati - dai primi questionari analizzati appaiono già casi singolari come, ad esempio, quello di uno studente che ha risposto di trascorrere fino a 35 ore a settimana a chattare davanti al computer. Siamo convinti che, oggi, per molti giovani Internet rappresenti un rifugio per la mente e un nuovo modo per esporsi meno nell’affrontare le relazioni interpersonali. Basti pensare ai blog, alle chat e al loro linguaggio simbolico. Il rischio si ha quando tutto ciò diventa invalidante”. Ed ecco che Internet può arrivare a diventare una vera e propria ossessione per il giovane che, lontano dal computer, avverte ansia, depressione, nausea, vomito, crampi, fino ad arrivare a casi di crisi epilettiche o presunte tali. I drogati da computer, dunque, avvertono gli stessi sintomi dei tossicodipendenti.
Il sesso? Si fa sul web. Non ne sono affetti solo i divi hollywoodiani: la dipendenza dal sesso è una realtà anche italiana che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpisce il 6% degli uomini e il 3% delle donne. “Bologna e provincia – assicura Cesare Guerreschi, direttore clinico della Società italiana interventi sulle patologie compulsive - uguagliano il dato nazionale. Sono ancora pochi, però, coloro che arrivano in terapia perchè se da un lato è difficile rendersi conto del problema, dall’altro chi ne soffre spesso prova un forte senso di vergogna”. Fare l’amore ovunque e comunque, la dipendenza sessuale può essere definita come una relazione malata con il sesso. E la dipendenza dal cybersex è in aumento: tra il 6 e l’8 per cento degli utenti di Internet. Il profilo di chi ha una vera e propria attitudine bulimica nei confronti del sesso, secondo un’indagine dell’Istituto per lo Studio di Psicoterapie, è un laureato di circa 30 anni, con una relazione sentimentale stabile e con un reddito medio. I sintomi sono ansia, depressione latente, impulsività, aggressività e ossessività. La pornografia è la dipendenza più devastante e sono diffusissime le chat erotiche.
Cellulari che scottano. E’ la patologia che preoccupa di più, con una percentuale di malati del 4,5-5%: una vera e propria sindrome che colpisce soprattutto i giovanissimi, tra i 13 e i 16 anni. Da un’indagine del Codacons svolta su 300 volontari, metà uomini e metà donne, di età compresa tra i 20 e i 60 anni residenti nelle varie località d’Italia, è risultato che ben il 70% dei soggetti non può fare a meno del cellulare e che modifica il proprio comportamento quando è impossibile usare il telefonino. Di questi, il 35% ha mostrato tic di natura nervosa, mai evidenziati prima, come ad esempio mettersi le mani in tasca continuamente, guardare spesso l’orologio, fino ad arrivare – ed è il caso di molti giovani – a controllare ossessivamente gli sms ricevuti oppure a svegliarsi durante la notte per spedirli. Questo, secondo gli esperti, può essere un sintomo di una dipendenza da sms, che porta a seri disturbi fisiologici.
La droga del lavoro. Fra le dipendenze più subdole c’è la “work addiction”. Il manager che arriva a lavorare fino a 22 ore al giorno, il dipendente che passa 15 ore al lavoro e racconta alla moglie di essere stato in palestra per nascondere il suo comportamento. Sono solo alcuni casi di Workaholics, i “drogati del lavoro”. “Aziende grandi e piccole, istituzioni pubbliche e private ci chiedono aiuto”, dice Guerreschi. “Questo comportamento ossessivo-compulsivo nasce come dipendenza che noi chiamiamo “ben vestita”, appartenente soprattutto a colletti bianchi e manager. Queste persone quando entrano in azienda vengono magnificate perché si impegnano molto, ma l’impegno diventa presto una malattia. I disturbi sono psichici e di tipo organico. Mangiano e bevono poco fino ad arrivare a un deperimento organico. Sull’altro fronte accusano ansia, agorafobia e soprattutto depressione”. I malati in Emilia Romagna sono il 5% della popolazione, una percentuale sicuramente meno preoccupante rispetto a quella registrata all’estero come, ad esempio, in Israele, con il 10%, e in Giappone, con il 21% di “malati da lavoro” e 90 morti l’anno.
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