Forse non tutti sapranno che la grammatica italiana ha accettato solo di recente (storcendo il naso) l’articolo “il” o “un” davanti alla parola “pneumatico”.
Anche se le ultime generazioni non ci sono proprio abituate, l’accezione grammaticale corretta vorrebbe che si dicesse “uno pneumatico, lo pneumatico e gli pneumatici”.
Le regole che giustificano l’uso dell’articolo “lo” davanti a pneumatico sono le stesse di sempre, ma sul tema anche l’accademia della crusca si è espressa con una secca nota:
“Per quel che riguarda l’uso dell’articolo (e quindi della preposizione articolata) col sostantivo pneumatico, si può dire che l’alternanza degli articoli il/lo e un/uno (e naturalmente dei plurali corrispondenti i/gli, dei/degli) corrispondono i primi a un registro più familiare, mentre i secondi appartengono ad un uso più sorvegliato della nostra lingua. Niente quindi vieta di usare gli uni o gli altri anche se, nello scritto e negli usi più formali, si ritiene che siano più indicate le forme lo pneumatico, uno pneumatico, gli pneumatici, degli pneumatici.”
Anche se ormai esiste una cospicua maggioranza che dice comunemente “il pneumatico, un pneumatico, i pneumatici” forse per abitudine o per sentito dire, usare lo pneumatico sembra essere l’ottimale. Ma ci riuscireste voi ad andare dal gommista e dire: scusi ho forato uno pneumatico?
A prescindere ora dalle precisazioni grammaticali, molte altre cose di questo prodotto automobilistico non si hanno ben chiare e tra queste vi è l’aderenza.
L’aderenza è quel fenomeno che permette il trasferimento al suolo attraverso la superficie di contatto del peso di un corpo e di una forza applicata tangenzialmente. In tal caso si dice di trovarsi in condizioni di aderenza se le forze tangenziali, di frenatura o di trazione consentono il semplice rotolamento e non conducono al pattinamento della ruota fuori della traiettoria voluta.
In fisica si dice aderenza il rapporto tra la forza tangenziale alla superficie di contatto e la forza peso del corpo scaricata su tale superficie.
Tale coefficiente dipende fortemente dai seguenti fattori:
- i materiali di contatto ruota/suolo;
- la velocità di rotolamento;
- l’umidità e la presenza di materiale che non permette un contatto ideale al suolo (foglie, olio, acqua, ecc.)
L’aderenza è quindi una grandezza che non ha niente a che fare con le dimensioni del pneumatico n’è con la sua larghezza ed è nulla quando non sono applicate forze esterne al veicolo.
Essa dipende quindi dal peso del veicolo, dai materiali usati, dalle rugosità della pavimentazione (asfalto) e dalle sporcizie (liquide o solide) che vi si interpongono.
Quindi possiamo dire che l’aderenza è il contatto tra 2 elementi (Pneumatico e manto stradale)
La gomma, per le sue proprietà, permette l’adesione e l’ingranamento al suolo:
su suolo asciutto, la gomma tende a incollarsi, questa è chiamata adesione (che è circa il 75% dell’aderenza)
La sua flessibilità permette di sposare le irregolarità del suolo, questo è chiamato ingranamento (che corrisponde al restante 25% dell’aderenza)
Ricordo che nel contatto gomma/asfalto (per veicoli stradali) si raggiungono normalmente coefficienti di aderenza dell’ordine di 0.60 - 0.80, molto superiore al contatto ferro/rotaia (nei treni) che invece, si attesta nell’ordine di 0.18 - 0.23 (ecco spiegati i tempi biblici di frenata di un treno rispetto ad un TIR di uguale peso).
Quindi a condizioni di suolo asciutto e pulito con gomma di medesima morbidezza, sarebbe falso credere che una gomma larga porti più aderenza, come sarebbe falso pensare che una gomma liscia sia meno efficiente di una gomma nuova.
Ora però, prima di dire che sono pazzo, urgono delle precisazioni. Il codice della strada tiene conto dello stato di usura di uno pneumatico quando esso diminuisce di efficienza nei casi più difficili di rotolamento e quando cioè diventa pericoloso. Semplificando, uno pneumatico usurato non perde la sua caratteristica aderenza in stato di suolo pulito, ma va a perdere le sue peculiarità di anti pattinamento dovuta ai liquidi che si possono incontrare sul percorso, che non riescono più ad essere espulsi con la stessa efficienza di una gomma nuova per questo va cambiato.
Altro discorso invece sono la larghezza della gomma, essa non modifica in alcun modo l’aderenza (sappiamo infatti che essa dipende solo dal peso e dai materiali usati e limitatamente dalla superficie di contatto). Possiamo dire però che una gomma larga aumenta notevolmente il problema di pattinamento del veicolo in caso di suolo bagnato, pertanto una gomma larga usurata è sicuramente più pericolosa sul bagnato di una gomma stretta.
Intuisco subito la vostra domanda, ma allora perché le macchine da corsa usano le gomme larghe soprattutto sulle ruote di trazione?
Il discorso, semplificando di molto, è che, per ottenere ottime prestazioni sulle corse, dove il peso della vettura deve essere limitato e l’asfalto è uguale per tutti i concorrenti, si deve usare una mescola quanto più morbida possibile che si interfacci con l’asfalto nel migliore dei modi per ottenere la massima aderenza.
Purtroppo una gomma morbida si usura moltissimo e necessita di una grande gomma che riesca a resistere perlomeno fino alla fine della corsa. Un saluto e buon viaggio.
Il famoso paradosso dell’uovo o la gallina, forse usato più come rompicapo logico o esercizio filosofico, che serio problema scientifico, proviene probabilmente dalla ricerca disperata di spiegazioni semplici a problemi complessi sulla cosmologia e l’origine della vita. La domanda, che ci ha interessato fin dai tempi degli antichi filosofi greci, forse nasce per naturale contrasto tra un animale simpatico, ma notoriamente stupido come la gallina ed un prodotto alimentare basilare come l’uovo; forse nasce da una semplice domanda di un bambino nei tempi dei perché o forse da qualche bontempone che intendeva porre dubbi agli scenziati del tempo.
Sta di fatto che, anche dopo centinaia di secoli, c’è chi si pone ancora questa strana domanda come se fosse veramente fondamentale.
Nei tempi recenti la domanda viene utilizzata per enfatizzare l’inutilità o la futilità di un discorso o per dimostrare l’incapacità di giungere ad una concreta conclusione.
Anche nella storia molti si sono pronunciati e tutti sembrano abbiano una loro differente risposta.
I filosofi
Il paradosso viene citato già dagli antichi filosofi greci Aristotele e Plutarco, ma il primo che lo formula nel modo in cui lo conosciamo oggi è Ambrogio Teodosio Macrobio nella sua opera Saturnalia. Qui prova a darne anche una risposta motivata con questa frase: È nato prima l’uovo o la gallina?” …si ritiene, a ragione, che l’uovo sia stato creato per primo dalla natura. Infatti per primo ha origine ciò che è imperfetto e per giunta informe e attraverso qualità e tappe progressive prendono forma le aggiunte (intese come le caratteristiche dell’individuo adulto): dunque la natura cominciò a formare l’uccello da materia informe e produsse l’uovo, nel quale non vi è ancora la specie di animale: da questo a poco a poco ha origine una specie perfetta di uccello in seguito a un progressivo effetto di maturazione.
I teologi
Da un punto di vista creazionista ebraico-cristiano si può procedere ad un’esegesi letterale degli eventi descritti nella genesi biblica, comprendendo gli uccelli fra gli esseri creati “il quinto giorno”. Poiché la Bibbia non menziona le uova, ne deriverebbe una creazione degli uccelli in forma già adulta: da un punto di vista creazionista, quindi, il paradosso ammette un’immediata soluzione, che prevede la ‘nascita’ prioritaria della gallina rispetto all’uovo.
Gli scienziati
Da un punto di vista scientifico, la risposta alla domanda da cui scaturisce il paradosso è piuttosto semplice, e non può che essere quella giusta cioè nessuno dei due. Va considerato infatti che, da un punto di vista evoluzionistico, gli uccelli (quindi le galline) derivano da determinati ceppi di rettili (che sono animali a sangue freddo già dotati della capacità di deporre uova). Il diretto predecessore degli uccelli, deponeva quindi già le uova pur non essendo ancora un uccello.
Il processo tramite il quale, da questo primitivo predecessore, si è giunti all’essere chiamato gallina, è un meccanismo chiamato speciazione che coinvolge numerosissimi eventi genetici. Questi fenomeni, che per ovvietà possono solo avvenire in tempi molto lunghi (milioni di anni), non possono di certo essere ricondotti a un semplice e banale passaggio uovo - gallina (o viceversa).
Tralasciando quindi la semplificazione teologica e la complicazione filosofica, la risposta scientifica, oltre che la più saggia, sarebbe anche la più condivisibile e dimostrabile.
Però sembra che tutto questo non sia bastato; forse complice il caldo e le lunghe ore di veglia notturna, Colin Freeman e i suoi collaboratori delle Università di Sheffield e Warwick, in Gran Bretagna, penso più per ricerca di notorietà che per vero interesse scientifico, hanno ripreso in mano la faccenda e ora abbiamo una ulteriore risposta.
In totale disaccordo con le precedenti teorie scientifiche che dimostravano l’esatto opposto, ora sembra che sia la gallina la capostipite di questo buffo quanto inutile dilemma.
La ricerca di Freeman sembra non lasciar dubbi: con l’aiuto di Hector (High End Computing Terascale Resource), un supercomputer di Edimburgo, il gruppo di scienziati ha organizzato una simulazione che ha reso inconfutabile come la proteina ovocledidina17 (OC-17), presente solo nella parte più dura del guscio delle uova, aiuti le particelle di calcio a trasformarsi in cristalli di calcite, i quali, stratificandosi l’uno sull’altro e abbandonando il proprio legame con la proteina stessa, velocizzando l’indurimento del guscio in poco meno di otto ore.
In pratica senza la proteina OC-17 (proveniente dalla gallina) non ci potrebbe essere nessun uovo, va da sé quindi che la gallina esisteva già prima dell’uovo.
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Colin Freeman, con aria sorniona e divertita, ha affermato ai mass media che la sua teoria è un po’ tirata, ma il risultato è solo un punto di partenza molto valido e da prendere in seria considerazione. In realtà la questione risale ai tempi in cui i dinosauri, antenati degli uccelli, hanno imparato a fare uova con il guscio duro. Insomma, sulle sue affermazioni nemmeno Mr. Freeman ci metterebbe la mano sul fuoco, anche se è lui stesso che ha fatto esplodere il caso giornalistico.
Edoardo Boncinelli (uno dei più celebri biologi italiani), che si è a lungo occupato anche di questo argomento, cazzeggiando un pò, dichiara: «C’è di che schiantarsi dal ridere anche se la questione, se trattata con serietà, è intellettualmente e scientificamente feconda. Ovvio che per avere un uovo, per così dire, funzionante, questo deve uscire da un organismo che abbia messo tutte le cose nella giusta posizione. Ma questo è solo un aspetto della faccenda. Il guscio non è tutto l’uovo. È solo una parte. In linea generale, quando si studia la nascita di una specie, si pensa anche che tutto sia avvenuto per una serie di mutazioni genetiche. Si arriva a concludere, cioè, che ci sia stato prima l’uovo, e ancora prima i gameti, e soltanto dopo un nuovo organismo, in questo caso la gallina. Se parliamo del guscio, però, c’è stata prima la gallina. Ma se parliamo dell’uovo intero, c’è stato prima l’uovo. Chiaro o no?».
Comunque, a parte gli scherzi o gli scoop giornalistici correlati, la ricerca di Freeman è serissima e potrebbe portare ad interessanti sviluppi pratici nel campo della sintesi ossea artificiale e dello stoccaggio della CO2 sottoforma di calcare. Chiaro che ricerche così complesse sono costose, ma se illuminate dai proiettori dei giornalisti, le richieste di finanziamenti per i propri istituti risulterebbero molto più feconde e corpose.
Cosa non si fa per preservare e promuovere la ricerca scientifica! Un saluto.
Cosa spalmiamo sul culetto dei nostri bambini? La lettura ragionata degli ingredienti dei prodotti di più largo consumo può riservare amare sorprese. Come orientarsi e difendere la pelle dei nostri bambini? Ne parliamo con un esperto
Riporto di seguito un interessante articolo apparso su Le Scienze
Una ricerca dimostra che nei pazienti con disturbi del comportamento alimentare gli stimoli virtuali sono altrettanto efficaci di quelli reali nel generare risposte emotiveLa realtà virtuale può essere un nuovo strumento per cercare di combattere i disturbi del comportamento alimentare: la prova viene da uno studio condotto da ricercatori dell’Istituto auxologico italiano, dell’Università cattolica di Milano, e delle Università di Maastricht e di Mosca, che ne riferiscono in un articolo pubblicato sulla rivista on line ad accesso pubblico Annals of General Psychiatry.I ricercatori hanno confrontato gli effetti dell’esposizione al cibo reale, a cibo virtuale e a immagini fotografiche in un campione di pazienti sofferenti di disturbi del comportamento alimentare.“Per quanto preliminari, i nostri dati mostrano che gli stimoli virtuali sono altrettanto efficaci di quelli reali, e superiori alle immagini statiche, nel generare risposte emotive nei pazienti con disturbi del comportamento alimentare”, ha osservato Alessandra Gorini, prima firmataria dell’articolo.A un gruppo di donne - 10 delle quali sofferenti di anoressia, 10 di bulimia e 10 controlli - è stata mostrata dapprima una serie di sei piatti altamente calorici reali collocati su un tavolo di fronte a loro, mentre veniva controllato il ritmo del battito cardiaco, la conduttività della pelle e il livello di stress attraverso un test. La procedura è stata quindi ripetuta esponendo i soggetti a una serie di diapositive proiettate e infine a un pranzo virtuale generato da un computer con il quale potevano interagire. E’ risultato che i livelli di stress delle partecipanti erano pressoché indistinguibili nel caso della presentazione reale e di quella virtuale.“Poiché l’esposizione reale e quella virtuale stimolano livelli di stress confrontabili, e superiori rispetto a quelli delle immagini statiche, abbiamo concluso che la realtà virtuale può essere sfruttata per fare uno screening, valutare e trattare le reazioni emotive provocate da specifici stimoli nei pazienti che soffrono di questi disturbi”, ha concluso la Gorini.
leggi anche:
Grazie Shiri,
grazie per il premio, per avermi pensata…ma soprattutto grazie per l’amicizia e per il tuo interessantissimo blog che seguo sempre e mi regala attimi di spensieratezza.
Ti abbarccio forte forte
Non conoscevo questa leggenda ma mi è piaciuta tantissimo…mostra l’indole di questo meraviglioso quanto prezioso animale…questo gigante buono…un cane bellissimo!
Là dove le onde dell’oceano si infrangono sulla scogliera, in un ribollire di spuma, è nata una leggenda.
Narra la storia che un giorno Dio, volgendosi a, contemplare il suo operato, vide su un’isola flagellata dalle tempeste un piccolo popolo di pescatori. Quegli uomini rudi lottavano arditamente contro la natura impervia, ma il gelo dell’inverno e le coste impietose a volte avevano ragione di loro e il mare chiedeva spesso sacrifici di vite umane. Ciononostante essi rimanevano abbarbicati a quella terra con una ostinatezza che era pari solo al loro coraggio.
Dio vide, si impietosì e studiò come poter alleviare la loro sofferenza. Cercò fra le sue creature una che potesse servire allo scopo, ma non la trovò. Decise allora di crearla.
Prese il corpo di un orso: l’ossatura possente ben si prestava alle dure fatiche e la folta pelliccia avrebbe consentito di resistere al freddo. Pensò poi di addolcirne i contorni con la flessuosità della foca perché sapesse nuotare e potesse scivolar via veloce fra le onde. E, volgendo lo sguardo al mare, incontrò i delfini che seguivano allegri e curiosi le navi. I loro piccoli occhi gioiosi rivelavano un animo sereno e in più essi amavano l’uomo fino a salvargli la vita: non poteva dimenticarli.
Plasmò e plasmò ed ecco uscire dalla mirabile forza creatrice un animale superbo, dal pelame lucente, possente e dolce a un tempo. Quell’essere però doveva avere anche una fedeltà a tutta prova, vivere accanto all’uomo ed essere pronto a offrire la sua vita per lui. Gli mise allora in petto un cuore di cane e il miracolo fu compiuto.
Da quel giorno gli uomini di mare ebbero accanto un compagno coraggioso, forte e fedele: il Terranova.
Ho tratto questo racconto dal bellissimo sito
che vi invito a visitare perchè è molto interessante.
Vi segnalo inoltre anch eil seguente sito pure bellissimo
Le virtù terapeutiche delle foglie del salice sono conosciute da oltre 4000 anni, tanto che vengono menzionate già nel papiro di Ebers, all’incirca 2000 anni prima di Cristo.
Nei giardini degli antichi egizi, durante il periodo del Nuovo Regno (1551-1070a.C.), la pianta del salice veniva fatta crescere accanto a quelle del fico, del melograno, a palme da datteri e viti. Le foglie erano usate a scopo terapeutico, ma anche i fiori e la corteccia erano utilizzate per trattare ferite ed infiammazioni.
I Romani usavano la corteccia per trattare febbri e dolori reumatici.
Ma in realtà nel 400 A.C. fu Ippocrate di Kos (il padre della medicina) che si accorse delle proprietà antidolorifiche contenute nella corteccia e nelle foglie di salice e consigliò ai suoi pazienti afflitti dai più svariati dolori, di curarsi con un infuso di quelle foglie. Si trova infatti segnalata negli scritti del medico ateniese l’azione analgesica della linfa estratta dalla corteccia di salice (si tratta appunto dell’acido salicilico). Dall’epoca dei primi ufficiali utilizzi di Ippocrate, gli uomini, per secoli, hanno fatto uso del salice per combattere mali di testa, febbri e reumatismi. Ancora oggi i contadini greci masticano le foglie di salice per combattere e addirittura prevenire i dolori reumatici.
Nel Medioevo fu dimenticata questa salutare terapia e fu poi riscoperta nel 18° secolo.
In occasione dell’embargo sulle importazioni deciso da Napoleone nel 1806, si verificò una grave carenza di chinino proveniente dal Perù per la cura della malaria e si intuì che poteva essere sostituito dal decotto di salice per la sua spiccata attività antipiretica.
Nel 1859 Hermann Kolbe, professore di chimica all’università di Narburg scoprì la struttura chimica dell’acido salicilico e riuscì a sintetizzarne la molecola in laboratorio.
Felix Hoffmann, che lavorava come chimico presso la ditta Bayer, riuscì a sintetizzare l’acido acetilsalicilico, molecola arricchita del gruppo acetile (questa molecola presentava maggiore efficacia analgesica ed antinfiammatoria ed era più tollerato dall’organismo umano). Fu brevettata dallo stesso Hoffmann nel 1897 e fu testata inizialmente sul suo papà assillato dai dolori articolari.
I buoni risultati della nuova molecola di sintesi spinsero la Bayer a mettere il farmaco in commercio. Una circolare del 23 gennaio 1899 annunciava anche il nome del prodotto “Aspirina” (dove A sta per Acetile, spir per spiraure, acido spiritico, analogo all’acido salicilico, ina è il suffisso usato dai chimici per indicare sostanze scoperte o isolate in natura).
L’enorme impatto che l’aspirina ebbe avuto nel novecento lo si può capire anche dal fatto che nel Trattato di Versailles, tra le condizioni imposte dai vincitori della prima guerra mondiale agli sconfitti imperi centrali, c’era l’imposizione alla Bayer (rea di aver partecipato allo sviluppo di agenti chimici come l’iprite per uso bellico) della decadenza di marchio e brevetto dell’aspirina. In altre nazioni, tra cui l’Italia ed il Canada, il nome “Aspirina” è invece ancora un marchio registrato.
Anche per questi motivi questo marchio di fabbrica è diventato un nome molto comune e vanta di essere l’analgesico più venduto nella storia ed il primo esempio di cura medica a disposizione delle masse.
Fu il rimedio di frontiera per cercare di arginare l’epidemia di Spagnola (dopo la prima guerra mondiale), nel 1950 entrò nel Guinness dei primati come l’antidolorifico più diffuso al mondo.
Andò nello spazio (accompagnando gli astronauti dell’Apollo sulla Luna) e nella letteratura (lenì i mal di testa di Don Camillo e dei personaggi di Cent’anni di solitudine).
Fino alla fine degli anni 60, il farmaco era sempre stato utilizzato a dosi piene come antidolorifico, antinfiammatorio, febbrifugo e antireumatico, senza che nessuno ne conoscesse l’esatto meccanismo d’azione. Fu però in quell’epoca che alcuni ricercatori, tra i quali Sir John Vane, scoprirono che l’aspirina (e altri farmaci conosciuti come antinfiammatori non steroidei) erano capaci di bloccare la produzione di alcune sostanze, le prostaglandine, capaci di contribuire al dolore, alla febbre e ad altri fenomeni infiammatori. Si scoprì che il blocco, da parte di piccole dosi di aspirina, della produzione di prostaglandine e di altre sostanze analoghe nelle piastrine (cellule che circolano nel sangue), riduceva la loro partecipazione al processo di ostruzione dei vasi sanguigni noto come trombosi. Prevenire le trombosi con l’aspirina voleva dire ridurre di circa un quarto pericolosi eventi vascolari come l’infarto del cuore, l’ictus cerebrale e il rischio di morte che ne consegue in pazienti già colpiti da queste malattie (questa ricerca fece guadagnare il premio Nobel per la medicina a Sir John Vane nel 1982).
Il farmaco si è dimostrato talmente versatile che è stato sperimentato in tantissime condizioni tanto da diventare oggetto di oltre 3000 pubblicazioni scientifiche. Oggi, da una unteriore ricerca tutta italiana, l’aspirina sembra avere ancora insolite applicazioni che la proiettano nel nuovo millennio come un efficace strumento per aiutare ipertesi, diabetici, ipercolesterolemici, obesi o in generale anziani, a difendersi dalla morte vascolare.
Ci sono infine degli studi importanti che associano il consumo regolare di aspirina ad una ridotta incidenza dei tumori del colon o del retto, ma ancora non è chiaro il meccanismo di azione del farmaco e perché risulta essere efficace.
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Intanto che l’Aspirina continua ad essere venduta in grandi quantità dagli scaffali delle farmacie, c’è chi è riuscito ad inserirla anche sugli scaffali delle librerie. Jeffreys Diarmuid ha da poco dedicato un libro (edito in Italia da Donzelli) che ha un titolo piuttosto chiarificatore: Aspirina, l’incredibile storia della pillola più famosa del mondo.
di cui alcune pagine le trovate pubblicate qui su google libri.
Conclusioni
Se la Bayer deve molto della sua espansione mondiale a questa pillola miracolosa, da seria azienda tedesca, molto ha fatto nella promozione del suo prodotto in termini di qualità, pubblicizzazione e distribuzione mondiale.
Sapendo di avere in mano un prodotto efficacissimo e brevettato, l’azienda ha saputo usare i migliori mezzi pubblicitari dell’epoca ed è riuscita a dare il giusto risalto in tutto il mondo alla sua pillola.
Tra i tanti mezzi c’è un manifesto, che io considero bellissimo (lo vedete in foto), pubblicato nella seconda metà del 1930 sulle principali riviste patinate dell’epoca, che fece scuola ai grafici pubblicitari del tempo. L’autore era Renzo Bassi, un disegnatore futurista italiano, molto quotato a quei tempi che, insieme con i colleghi Nino Nanni, Bertoglio ed altri, riuscirono a stravolgere la comunicazione pubblicitaria di quel tempo e furono, per un decennio, praticamente i leader mondiali.
Chi volesse una copia di tale poster (ormai esente da diritti d’autore) potrà richiederlo via mail a noi. I formati realizzabili sono 65×95, 100×140 e 140×200 cm su supporti carta, PVC audoadesivo lucido o tela. I prezzi vanno da 15 € (per poster 65×95 in carta) in su.
Saluti
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